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In mezzo alla
fronte una cicatrice. La fronte non è quella di Harry Potter,
ma quella molto più pallavolistica di Carmen Marinela Turlea.
Non è simbolo di forza, di un destino da prescelto, ma di meno
prosaica sbadataggine infantile. "Non ero
una bimba tranquilla" sorride la calmissima Carmen " e correvo,
senza motivo, da una camera all'altra di casa di mia nonna... Alla
fine è spuntato un termosifone, per ben due volte nella stessa
settimana". Un colpo che stende, ma che rende più umana la
bellezza straordinaria di Carmen Turlea. Nei palazzetti
italiani la conoscono tutti: braccio potente e sorriso che
scioglie. Incarnazione perfetta della sportiva degli anni 2000:
sintesi di bellezza e atleticità. Il mondo dello spettacolo e dei
media sono sempre più attratti da queste donne che in campo, in
vasca, in pedana , sono delle tigri, che con le unghie raggiungono
il successo più importante. Lo show biz è pronto ad allettarle con
offerte più o meno grandi, ma loro rimangono fedeli al loro
istinto alla loro vocazione, tanto da rimanere modelli vincenti in
un sistema che si consuma in fretta come un reality.
Nel suo
passato una pubblicità per un elettrostimolatore ed un book
fotografico scattato nel 2002 e che quasi Carmen
disconosce: "Non sono io in quelle foto. Ho posato per
curiosità, per non avere rimpianti ed alla fine è diventato un
regalo per mia mamma e mia nonna".
Una parentesi
in una carriera da sportiva vera, in cui nessuna sirena ha mai
distratto dall'obiettivo di essere una sportiva di successo, di
giocare a pallavolo nel campionato più difficile al mondo. Quello
italiano, quello a cui Carmen Marinela Turlea puntava.
Da Cisnadie,
piccolo paesino della Transilvania, all'Italia, un viaggio
affrontato per realizzare il sogno, l'obiettivo. "La
pallavolo l'ho respirata sin da piccola, andavo in palestra con
mia madre che era una giocatrice della nazionale romena (Marinela
Neacsu, ndr).
Sono una figlia d'arte, spinta a fare altro: tennis, atletica ma
non ho mai resistito per più di due settimane. Volevo giocare a
pallavolo e così a 12 entrai in palestra ma non per seguire
l'allenamento di mia madre, ma per il mio primo da pallavolista.
E' un'età relativamente alta per cominciare, ma io sapevo già fare
tutto. Bagher, palleggi, passi di attacco erano sta ti
memorizzati inconsciamente, a furia di vederli fare.
Non mi hanno mai messo le mani sopra un pallone per dirmi che
quella era la posizione giusta per palleggiare. Tutto è stato
estremamente facile, non ho mai dovuto affrontare dei dilemmi
particolarmente spinosi. Tra pallavolo e scuola, ho sempre scelto
la pallavolo o la pallavolo ha scelto me."
In palestra, però, il talento dell'autodidatta si
affina, matura, tanto che presto Carmen non è più la figlia
di Marinela, ma una giocatrice da una personalità sportiva e
caratteriale propria:
"Il tempo dei confronti è passato presto, io e mia
madre siamo giocatrici dalle caratteristiche molto diverse e che
si sono confrontate anche con una pallavolo diversa. Lei era di
corporatura minuta e con un gran salto, io sono più potente".
Già Carmen
è diventata il tipico opposto da era del Rally Point System,
quello che deve mettere giù qualsiasi pallone, l'ultima ancora di
salvezza del palleggiatore.
Il retaggio della pallavolo dell'Est, quella che dominava la scena
internazionale negli anni '70, '80 lo ritrovi solo se guardi la
sua rincorsa. Esattamente il contrario di quanto scritto nel
manuale del giovane pallavolista per un attaccante destro: i passi
di Carmen sono sinistro, destro sinistro. "Era
quello che vedevo fare quando andavo in palestra con mia madre.
Insegnavano lo stacco a due piedi o con il sinistro. E' una
rincorsa atipica che mi è rimasta. Ci hanno provato a correggermi,
ma ormai era troppo tardi, così era più naturale, più automatico".
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